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NATI PER VINCERE?

“Nel lavoro e negli affetti non otteniamo ciò che pensiamo di meritare ma ciò che in effetti sappiamo comunicare” recita un assioma della mia Scuola di Formazione.
E voi, cari lettori, cosa ne pensate?
Dando per scontati aspetti che contraddistinguono una persona civile quali rispetto, educazione civica, ecc… siete d’accordo col fatto che siamo venuti al mondo per realizzare al massimo i nostri sentimenti, i nostri talenti, il nostro benessere, i nostri sani e naturali desideri di una qualità della vita al top? Ipotizzando una vostra risposta affermativa, vi chiedo: è vero o falso che per “riuscire” è prioritario sapere come presentarsi, porsi, gestire gli scambi comunicativi con uno o più interlocutori?
Ipotizzando sempre un sì, vorrei sottolineare come questo non solo è vero per un italiano o un eschimese ma lo è anche per la leonessa che vince nella competizione con le sue simili per sedurre il leone dominante, perché sa emettere al meglio i suoi ruggiti di corteggiamento, sa come gestire gli sguardi e la prossemica (uso degli spazi comunicativi) nonché gli altri canali di interazione efficace.
Nessuno di noi criticherebbe questa leonessa etichettandola come un soggetto che viscidamente usa tecniche di manipolazione, persuasione occulta a discapito di un altro soggetto fragile perché diremmo: “è naturale, per un animale che vive un bisogno, interagire nelle modalità opportune per appagarlo!”
Difficile criticare anche un uomo timido e impacciato che frequenta dei corsi di potenziamento personale e autocontrollo per riuscire a gestire i rapporti professionali e che, visto che c’è, si addestra, per esempio, nella paralinguistica (gestione delle tonalità della voce in relazione agli interlocutori) e nella comunicazione ipnotica nella vita privata.
Forse è anche difficile criticare lo stesso soggetto se, oltre alla sua simpatia e al suo parlare spontaneamente di quel che capita, utilizzerà queste metodologie come seduzione nel dialogo durante quella cena con una ragazza che si sentirà ascoltata e capita in modo insolitamente attento, nonché stimolata dall’intelligente comunicazione emozionale del suo interlocutore.
Come si fa a criticare quest’uomo che fino ai 33 anni si è sentito “bloccato” dalla sua stessa emotività, chiuso in se stesso, solitario e che ora dopo aver “studiato” ed essersi addestrato nelle tecniche di comunicazione efficace sta riuscendo a vivere e vincere utilizzando proprio quell’emotività che prima era la sua nemica?

Ci sono persone che già hanno innate le doti di comunicazione interpersonale efficace e altre no.
Voi penserete che quei manager, politici, medici, insegnanti, ecc. che appartengono alla seconda categoria, cioè quella dei meno abili per doti naturali a gestire i rapporti interpersonali nella professione, siano coloro che partecipano in misura maggiore ad attività formative legate al potenziamento personale o all’area della comunicazione efficace e persuasiva.
Non è cosi! Nella mia esperienza con alcune decine di migliaia di professionisti ho riscontrato, al pari di colleghi, che coloro che già possono dirsi “vincenti” nel loro lavoro sono i più attenti a qualificarsi in queste metodologie. Perchè? Una delle ragioni potrebbe essere che costoro “hanno già mangiato la foglia”, sono diventati autonomamente consapevoli di alcuni nostri assunti della comunicazione efficace in Azienda: “La seduzione precede il contratto” (seduzione=comunicazione efficace, emozionale, che coinvolge).
“Prima di tutto capire e coinvolgere la persona nel cliente/collaboratore”.

E se uno diventa consapevole da solo di ciò si chiederà anche perché non migliorarsi ulteriormente magari con l’aiuto di chi studia e insegna proprio questo.
Mentre chi ha iniziato a percepirsi da sempre perdente, magari perché le prime relazioni significative con i genitori sono state dolorose, fallimentari, senza le necessarie dosi di supporto, stima e considerazione o, all’opposto, iperprotettive ma comunque invalidanti, spesso non si qualifica nelle metodologie che lo potenzierebbero perché la bassa autostima arriva al punto di farle ritenere inutili.
Concludo con una frase di Wayne Dyer che mi sembra azzeccata: “Il problema nella vita non è scegliere un bersaglio troppo alto e mancarlo bensì scegliere un bersaglio troppo basso e colpire nel segno.”

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