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Anche un monaco Zen ha l’inconscio

In questo articolo proseguiamo nell’illustrare le innovative scoperte delle Discipline Analogiche attraverso la presentazione di uno degli strumenti per scoprire e gestire l’inconscio e le emozioni nella nostra quotidianità: la proiezione. Il termine proiezione è stato utilizzato originariamente da Freud per descrivere un meccanismo di difesa con il quale il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro (persona o cosa), sentimenti, desideri o qualità che sono suoi ma che egli non riconosce o rifiuta in sé. Secondo le nostre metodologie questo “meccanismo mentale” va oltre qualsiasi patologia e viene utilizzato quasi in ogni osservazione, riflessione, battuta, ecc…da ogni essere umano cosiddetto “normale”. In aggiunta permette a chi sa riconoscerlo su di sé di diventare consapevole dei propri bisogni e quindi di conseguenza poter agire per ottenere una migliore qualità emozionale della vita. Nel caso siamo interessati a capire e coinvolgere il nostro interlocutore, dal nostro punto di vista, è una cosa fondamentale essere addestrati a riconoscere le sue proiezioni. Alla base di questa dinamica c’è il concetto di turbamento che a sua volta si lega al concetto di esigenza non appagata. Ricordiamo che nel nostro modello della mente umana l’essere umano soffre o perché desidera e non possiede ciò che desidera o perché possiede e non desidera ciò che possiede. Questi bisogni tante volte sono latenti, inconsapevoli per cui rimaniamo colpiti da una determinata cosa senza capirne bene il perché in quanto non siamo a conoscenza di cosa si agita nel nostro profondo. Immaginiamo questa situazione: due amici stanno conversando serenamente in un bar di fronte ad un aperitivo; ad un certo punto uno dei due buttando l’occhio sul Corriere della Sera esprime improvvisamente: “Ma guarda tu quante pagine sono dedicate il venerdì all’argomento richieste/offerte di lavoro…mah, mi sembra un po’ eccessivo”. L’amico ascolta ma, non essendo coinvolto dalla cosa, ritorna a parlare di sport come stavano facendo prima e l’altro lo segue a ruota. Sappiamo per certo che “l’uscita” di questo ragazzo, senza che lui stesso ne sia cosciente, è la voce di un suo turbamento profondo riguardante la sua autorealizzazione lavorativa; in altri termini o non sta facendo ciò che vorrebbe fare o sta facendo qualcosa che in realtà non vorrebbe fare. Mai un detto popolare è stato così preciso nel definire un processo mentale come quello che dice: “la lingua batte dove il dente duole”. Quante volte abbiamo sentito dei conoscenti perseverare con barzellette e battute a sfondo sessuale e, pur non essendo esperti di questa materia,avere intuito che forse il soggetto ne sta parlando tanto perché in realtà vive un disagio proprio in quell’area.
Ricordiamo a questo punto che nelle Discipline Analogiche l’inconscio lo si intende dotato di una intelligenza, di bisogni e linguaggi specifici alternativi a quelli dell’Io razionale. Come mai mette in atto queste proiezioni? Da una parte, spinto dalla sofferenza, grida i suoi disagi e le sue esigenze potremmo dire come per una sorta di sfogo, dall’altra parte perché spera che qualcuno gli renda il cosiddetto “ servizio emotivo”.
Dare un “servizio emotivo” ad una persona vuol dire alimentare la tensione emozionale mettendo in contrapposizione l’immagine reale negativa con l’immagine ideale positiva della situazione che provoca sofferenza. Nel caso dell’amico del bar che proietta sull’argomento lavoro, bisognerebbe provocarlo chiedendogli: “Tu di cosa ti occupi in questo momento?”, “Sta andando come vorresti?”, “C’è in realtà qualcosa che ti piacerebbe fare di diverso?”. Mentre nel caso della persona che fa sempre battute legate alla sessualità bisognerebbe chiedergli se realmente si sente appagato nell’espletamento della sua libido nella quantità e nella qualità. Questa azione nei confronti di un bisogno profondo non cosciente possiamo imparare a farla anche su di noi una volta riconosciute le nostre insolite e ridondanti proiezioni.

Citiamo una storiella che rappresenta un insolito esempio di proiezione da parte di un monaco zen.

Due monaci zen stanno camminando verso il loro monastero in una strada fangosa e piena di pozzanghere, quando incontrano una giovane donna che chiede aiuto per attraversare senza bagnarsi. Il monaco più giovane la prende in braccio, attraversano la strada e arrivati all’altra parte, la mette giù e la saluta. I due monaci proseguono il cammino in silenzio. Arrivati  a destinazione il monaco più anziano dice al giovane: “Non avresti dovuto prendere in braccio quella donna, i monaci non devono toccare le donne.” E il giovane risponde: “Io l’ho fatta scendere subito, tu l’hai ancora con te.”

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